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Correre Magazine

• Correre e' il mensile rivolto a chi individua nella corsa una strada per la piena espressione della personalità. Si rivolge sia ai runner assidui, sia ai principianti. Con i suoi 12 numeri all’anno, dal 1981, Correre ogni mese mette a disposizione dei suoi lettori i consigli dei maggiori esperti di allenamento, alimentazione, medicina sportiva e materiali tecnici, e assicura assicura ogni volta la copertura globale dell'attività, delle tendenze, delle iniziative e degli aspetti culturali che caratterizzano il Pianeta Corsa. • www.sportivi.it [ampersand] www.correre.it Vai al Sito

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Triathlete Magazine

Il Triathlon è lo sport di “ultima generazione” che si è maggiormente affermato negli ultimi dieci anni proponendo, attraverso le sue tre discipline, l’immagine dell’atleta completo. Ed è Triathlete che ne racconta le storie e le avventure ma soprattutto attraverso i suoi esperti, offre consigli sull’allenamento, sulla medicina e l’alimentazione agli atleti più evoluti, a quelli amatoriali o a chi più semplicemente vuol sentirsi in forma divertendosi . Nuotare, pedalare e correre un modello d’allenamento multidisciplinare ormai adottato da molti sport per migliorane le performance. Vai al Sito

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Il Nuovo Calcio Magazine

E’ l’unico mensile in Italia che si rivolge a calciatori, allenatori, dirigenti, preparatori e appassionati del mondo del calcio. E’ uno strumento di aggiornamento professionale che permette di raggiungere il giocatore e tutti coloro che lo circondano nella propria vita sportiva: dal genitore al tecnico, dal dirigente al preparatore. I contenuti spaziano dalle interviste ai calciatori, moduli di gioco, dati statistici, allenamento, alimentazione e medicina, calcio giovanile, calcio a 5 e le novità delle calzature sportive per giocare a calcio. Vai al Sito

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Scarpe&Sport

Dal 1987 è l’unica e autorevole pubblicazione del settore che riesce a soddisfare le esigenze di acquisto degli sportivi praticanti, dei negozi specializzati e delle aziende che producono o distribuiscono in Italia calzature di tutte le specialità sportive. Nelle due edizioni annuali -Primavera e Autunno- vengono presentati oltre 1.300 modelli corredati di foto, caratteristiche tecniche e prezzi al pubblico delle specialità: atletica, basket, calcio, calcio a 5, ciclismo, fitness, mountain-bike, jogging, outdoor, rugby, running, tennis, trail running, trekking, triathlon, volley. Dal 2010 è affiancata un’ampia panoramica dedicata all’abbigliamento tecnico-sportivo. Vai al Sito

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Scienza&Sport

E’ un periodico trimestrale destinato ad allenatori fisici di tutte le discipline sportive, medici, fisioterapisti, massiofisoterapisti, chinesiologi, ecc. I principali argomenti della rivista sono: fisiologia, biomeccanica sportiva, metodologia di allenamento, medicina dello sport, psicologia oltre a temi specifici relativi alle varie discipline individuali e di squadra. Gli articoli sono redatti da docenti universitari, ricercatori, fisiologi, preparatori atletici professionisti, tecnici, fisioterapisti e psicologi. Vai al Sito

Sono quelli che tutti i giocatori di Marco Giampaolo devono attuare in fase difensiva per fermare insieme gli avversari. Ogni movimento ha come punto focale la palla, la porta, la posizione dei compagni e quella degli avversari.

«A 24 anni, se qualcuno mi avesse detto “appendi le scarpe al chiodo e vieni a fare l’allenatore”, avrei accettato all’istante». Questo ci racconta Marco Giampaolo.

GIampaoloPanchina Un futuro segnato il suo, l’idea di diventare mister sempre nella testa…

Un’idea che lo ha portato in passato a prendere gli appunti di tutti gli allenamenti dei tecnici che lo hanno guidato. Una vita da mediano per rifarci a una celebre canzone di Ligabue. Anni di fatiche e lotte, di posti in squadra conquistati con il sudore, di  panchine o tribune amare da digerire, ma con la voglia di tornare il martedì per conquistare la fiducia del mister.

Che cosa puoi dirci della tua carriera di calciatore?
«Per lo più ho giocato in C, con un’apparizione di un anno ad Andria, nella serie cadetta. Già nel settore giovanile mi sono accorto di non essere un predestinato, ma non mi sono mai arreso.
Anche perché dentro di me mi sentivo allenatore e volevo sfruttare le esperienze dei vari tecnici per costruirmi un futuro in questa direzione.
Sonzogni è stato il primo mister che mi ha dato un metodo di lavoro: era ed è un sacchiano convinto, abilissimo nell’impostazione della squadra dal punto di vista difensivo e un grande studioso di calcio. Il nostro rapporto non fu idilliaco agli inizi, non ci intendemmo subito: però io avevo capito che da lui potevo apprendere molto, quindi mi diedi da fare per conquistarlo con l’abnegazione e l’impegno settimanale, le uniche due armi che hanno tutti i giocatori. Già a quei tempi avevo l’intenzione di diventare un allenatore, quindi non volevo farmi scivolare via tutti quei preziosi insegnamenti. Vedevo le esercitazioni in un’ottica diversa nell’ottica di chi un giorno avrebbe potuto utilizzarle con il suo gruppo.»

In seguito...
«A Pescara ebbi Delio Rossi, seguace di Zeman, e cercai di rubargli i segreti del gioco d’attacco, le tre punte, i movimenti di taglio e sovrapposizione degli esterni, oltre alla sua abilità di rendere intenso l’allenamento evitando i tempi morti. Pensate poi che a Licata mi allenò Angelo Colombo, che alcuni anni prima fece il  secondo al maestro boemo e ripeteva tutta la sua preparazione, che chiaramente annotai nel modo più  completo possibile. Quindi Galeone e il suo calcio “spagnoleggiante”, fatto di un grande possesso palla per vie orizzontali, ali molto larghe che difficilmente “tagliano” verso il centro e tanti giocatori di qualità. Ma, lo ribadisco, fu Sonzogni che mi entusiasmò.»
 

Quindi...
«Mi chiesi: quale potrebbe essere l’evoluzione del calcio di Sonzogni?
E pensai alle idee di gioco di Gigi Del Neri, che feci filmare da un amico – sacco a pelo e telecamera – durante la sua preparazione pre-campionato. Rimasi stupefatto della sua didattica per l’insegnamento della zona, efficace, vicinissima a ciò che accade realmente sul terreno di gioco. Ma anche ora che sono arrivato in serie A il mio processo di formazione non si fermerà: per questo motivo, mi documento spesso, studio nuove soluzioni per riuscire a trasmettere meglio il
mio credo. Questa è la vera difficoltà di un tecnico: trasferire le proprie competenze e il calcio che si “ha dentro di sé” ai giocatori. Io so cosa voglio dalla squadra, ma cerco sempre di migliorare il modo in cui posso farlo capire ai ragazzi. Ad esempio, Maradona era fantastico a calciare le punizioni, ma se dovesse spiegare a un calciatore il modo in cui colpisce la sfera… potrebbe trovarsi in difficoltà. E se dovessi essere esonerato, andrei in giro per il mondo a studiare altri tecnici… non solo a vedere le partite della domenica.»
 

Palla, porta, compagni e.… avversari.

Questo il cardine tattico per Marco Giampaolo. I suoi giocatori devono muoversi innanzitutto in funzione del pallone e della porta, in second’ordine alla posizione dei compagni e degli avversari.

Puoi spiegarci il tuo modo di intendere il calcio?
«Il collettivo ha la priorità sull’individuo e se quest’ultimo ha qualità le mette al servizio della squadra. Anche se per ottenere riscontri in termini di gioco e punti percorrendo questa strada ci vuole tempo. E il secondo anno i risultati saranno senza dubbio migliori di quelli del primo perché i giocatori vecchi metteranno al servizio dei nuovi le proprie esperienze.
Comunque, è più semplice abbozzare delle marcature individuali, sfruttare le qualità dei singoli piuttosto che predisporre un’organizzazione difensiva che si muova in funzione della palla.
Ma io credo in questo tipo di calcio. Che non è solo fase difensiva: è fondamentale saper gestire attentamente anche quella offensiva, pronti a ripartire rapidamente appena conquistata la sfera. Quindi, sempre organizzati.»

Non è così semplice trasmettere questa mentalità a una squadra come l’Ascoli e raggiungere certi traguardi.
Come ci sei riuscito?

«In primo luogo essendo credibile. Appena arriva un nuovo mister, ogni giocatore fa un paragone tra i vari allenatori che ha avuto, sia sotto il profilo tecnico sia sotto quello umano. Bisogna essere preparati, ma non solo: la coerenza e una personalità spiccata aiutano. Il giocatore prova a insinuarsi nelle carenze tecniche e gestionali del mister: ecco perché si deve sbagliare il meno possibile.»

Oltre alla credibilità, cosa diventa fondamentale per ottenere la fiducia da parte della squadra?
«Il rispetto! Dietro a ogni giocatore c’è un uomo. Da par mio, non sono stato un calciatore privilegiato, stavo spesso in panchina e quindi so cosa si prova in queste situazioni.
Perciò, dedico molta attenzione ai miei comportamenti verso questi calciatori: non voglio prendere in giro nessuno, niente pacche sulle spalle e “giocherai la prossima domenica”.
Cosa che puntualmente non accade. Il giocatore accetta la scelta tecnica, ma vuole coerenza. Inoltre, se ho trenta ragazzi, li alleno tutti allo stesso modo, dal trentacinquenne al giovane aggregato dalla Primavera ognuno deve ricevere le medesime attenzioni.
Perché, se mi affido all’organizzazione collettiva e mi manca un giocatore, chi subentra deve sapere cosa fare.
L’anno scorso avevo sette centrali di centrocampo, sette per due posti, pensate: li ho coinvolti tutti durante l’allenamento e in campionato, per varie vicissitudini, sono scesi tutti in campo. Qualcuno aveva più qualità di altri, però tutti conoscevano a menadito i movimenti all’interno del nostro sistema di gioco. E non abbiamo pagato più di tanto certe assenze. Così facendo, il giocatore potrà  arrabbiarsi perché non scende in campo la domenica, ma non potrà mai dire di essere trascurato.»

E il martedì si riparte tutti sullo stesso piano…
«Assolutamente sì! Ho vissuto queste situazioni sulla mia pelle: stavo in panchina, in tribuna, facevo anche il
guardalinee nelle giovanili, ma al primo allenamento mi impegnavo al massimo per mettere in difficoltà
l’allenatore. È il mister che non deve “dormire” la notte per le scelte da prendere, non il giocatore che “sogna” di giocare. Inoltre, non voglio che nessuno si dia per vinto se non scende in campo: fa parte del gruppo e per rispetto verso se stesso e la squadra deve dare il meglio e io gli sono “addosso” se non si comporta così. Con la caparbietà e la determinazione sono arrivato in serie B, non mi sono mai arreso e lo stesso devono fare i miei giocatori.»

La fase difensiva:  È il punto di partenza di Marco Giampaolo nella preparazione tecnico-tattica di una squadra.
«Quando ci sono dei giocatori infortunati che devono svolgere lavori differenziati, mi piace che siano costantemente seguiti, non che corrano da soli per il campo. E poi ci dividiamo senza problemi parte tecnica, tattica e fisica.»

In che modo inizi a proporre la fase di non possesso alla squadra?«Partendo da un lavoro per reparti: prima la difesa, poi il centrocampo, infine con l’attacco. Per continuare, provo insieme centrocampisti e attaccanti, infine la squadra al completo. Sviluppo questi interventi dal primo giorno di ritiro. Alterno un giorno sulla fase di non possesso a uno sul possesso – per i difensori la costruzione del gioco, per i centrocampisti e gli attaccanti le linee di smarcamento. E proseguo in questo modo aggiungendo pian piano nuove situazioni tattiche sempre più vicine a quanto succede in gara. Inoltre, faccio filmare partite amichevoli e allenamenti, per rivedere i comportamenti dei giocatori in campo e mostrare alcuni di questi aspetti alla squadra.»

Utilizzi molto le videocassette per correggere eventuali errori o evidenziare le peculiarità degli avversari?
«Abbastanza. Rivedo la gara e faccio “montare” una ventina di minuti su situazioni tattiche che abbiamo gestito più o meno bene nella nostra precedente gara. Tra i due allenamenti del mercoledì le mostro alla squadra. Osservo anche più video degli avversari per scoprire eventuali punti deboli da sfruttare appieno, ma senza mai snaturare troppo il nostro gioco oppure particolari opzioni di gioco che devo ostacolare in fase difensiva. Se ad esempio, chi dobbiamo affrontare ha un trequartista abile tra le linee, durante la settimana intensifico le esercitazioni con la linea a quattro per l’uscita del centrale e la copertura dei compagni.»

Che tipo di esercizi scegli per insegnare questa fase di gioco?
«Schiero la difesa, alcuni giocatori di aiuto – gli sparring – che fanno girare la palla in modo che i difensori si muovano a seconda della posizione di questa. Chiaramente le linee di passaggio le suggerisco in prima persona. Poi passo al 6 contro 4 e all’ 8 contro 4, inserendo man mano i movimenti di taglio da parte degli esterni.»

Parliamo della linea a quattro…
«Inizio con le aggressioni centrali e quelle laterali alla palla. Sempre con una sola linea di copertura, nessuna
profondità regalata agli avversari. In seguito, procedo con esercitazioni che prevedono una palla scaricata indietro (freccia 1), una in diagonale (freccia 2), una in orizzontale (freccia 3) oppure una giocata alle spalle del difensore esterno (freccia 4) – il tutto è mostrato nella figura 1A, n.d.c. In base a queste linee di passaggio coordino il lavoro dei difensori.»

Proviamo a vedere questi comportamenti.

«Con la sfera giocata indietro, i quattro difensori salgono e poi, essendo in situazione di palla “scoperta”, “scappano” immediatamente (figura 1B), con il terzino che rientra nella linea. Il mio scopo è quello di far perdere continuamente profondità agli avversari. Per una giocata orizzontale, il difensore centrale aggredisce il destinatario del passaggio e i tre rimanenti coprono mantenendosi stretti e compatti (figura 1C).»

Con palla “scaricata” diagonalmente?
«Se viene trasmessa indietro, in un settore lontano dalla porta, la linea sale e poi retrocede subito come abbiamo visto nel primo caso. Un movimento a elastico in pratica. Nel caso in cui, invece, sia in zona più avanzata, diciamo a ridosso dell’ipotetica linea dei 23-24 metri, il difensore centrale in verticale al pallone lo
attacca e gli altri coprono (figura 1D).»

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Con il giocatore in verticale rispetto alla palla e coprendo con gli altri (figura 2). Attenzione ad attaccarli immediatamente in modo troppo diretto: può spostare la palla e “saltarti”. Se lo contrasti nei pressi dei 23-24 metri, può anche evitare il difensore, però grazie all’aiuto dei compagni, può essere fermato da questi. Solo se il trequartista è girato di spalle, lo attacco in modo “feroce”. Senza far fallo sia chiaro. E non aggredisco mai con i terzini in zona centrale, perderei un uomo in copertura.»
Una situazione pericolosa è quella in cui gli avversari stanno per crossare dalla linea di fondo. Come vi comportate? «Rimaniamo a zona! È vero però che molti addetti ai lavori preferiscono che i propri giocatori non incentrino l’attenzione solo sulla palla e marchino a uomo: al contrario, io vado avanti coerentemente con il mio modo di insegnare calcio. Quindi, ci disponiamo secondo una diagonale negativa (figura 3). Con palla sul fondo e difensore in ritardo, la giocata sarà quasi certamente indietro. Ecco perché mi preparo con un giocatore a coprire il primo palo e gli altri due in diagonale negativa in modo da fermare le giocate dietro, con il portiere pronto ad uscire.

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IL TREQUARTISTA AVVERSARIO: l’inserimento del rifinitore tra le due linee è ostacolato dall’uscita del centrale in verticale con il possessore di palla (con i compagni in copertura) solamente nei pressi della linea dei 23-24 metri. Prima di raggiungere questa distanza la squadra retrocede (figura 2).  

LA DIAGONALE NEGATIVA: un cross dalla linea di fondo, con il proprio difensore in ritardo, viene contrastato tramite una diagonale negativa (figura 3). Rischiamo quando trasmettono palla al limite dell’area, ma se riesce a tornare un mediano corriamo meno pericoli. Attenzione però: tutti i difensori marcano “d’anticipo”, davanti all’avversario.»

Curi molto le posture corporee dei calciatori?
«Sì, soprattutto quelle nelle situazioni di gioco attivo, con palla laterale o centrale. Dedico meno tempo alla tattica individuale, è vero: però credo che queste abilità debbano essere già nel bagaglio di un giocatore di serie A.»

Facciamo un esempio: con palla esterna, diciamo nella metà campo avversaria, come si posiziona il tuo giocatore? Qual è la sua gamba d’attacco alla sfera? «Con la squadra schierata voglio portare gli avversari all’interno, quindi chiudo la giocata laterale in modo che il terzino possa stringere insieme ai compagni di reparto per le classiche coperture e il portatore possa essere aggredito dai due mediani (figura 4), che effettuano le classiche marcature “al contrario” – uno davanti all’avversario più vicino e l’altro dietro. La gamba d’attacco quindi è la destra, con palla in fascia sinistra. Se la linea dei centrocampisti è stata “saltata”, la sfera è in zona esterna, c’è “campo aperto”, il difensore lo deve indirizzare esternamente, avanzando l’arto sinistro e accompagnandolo verso la linea laterale (figura 5).»

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DIFENSORE INDIRIZZATO INTERNAMENTE: con la squadra schierata, la giocata del terzino avversario è indirizzata internamente per mandare in pressione il mediano vicino (figura 4).
ATTACCANTE INDIRIZZATO ESTERNAMENTE: con la linea di centrocampisti impossibilitata a intervenire, l’ala avversaria è indirizzata esternamente dal difensore (figura 5).

Qualora l’avversario fosse nei pressi di un vertice dell’area di rigore?

«Cerco di indirizzarlo internamente, per mandare il difensore centrale al raddoppio con i compagni di reparto che si dispongono in copertura, sempre su una linea (figura 6). Così se la punta taglia verso la porta rischia sempre di rimanere in fuorigioco. Se non dovesse accadere ciò, c’è il portiere che deve essere pronto a uscire dai pali. Faccio questo perché non voglio rischiare di subire un cross dalla linea di fondo.»

Il portatore potrebbe trasmettere la sfera indietro però…
«Allora il difensore centrale continua l’aggressione e gli altri coprono, indietreggiando. Infatti se non ho i centrocampisti è di nuovo palla scoperta. E torniamo all’esempio visto precedentemente (palla scaricata in diagonale, figura 1D).»

Mettiamo caso che una punta venga sempre incontro al centrocampista centrale con palla: come contrasti
questo movimento?

«Se la riceve alle spalle dei centrocampisti, lo ostacola il difensore. Se potrebbe prenderla fronte a questi, viene seguito dal difensore centrale e poi lasciato ai mediani. Il difensore centrale, lo ribadisco, aggredisce la palla tra le linee se riesce a non far girare l’avversario e “scappa” qualora sia fuori tempo e questo abbia campo aperto. Retrocedendo fino ai 23-24 metri. Mai oltre.»

Come ostacoli le squadre che hanno un metodista come fonte del gioco?
«Schierando le punte in verticale invece che in orizzontale, con quella più indietro che contrasta il “fulcro” degli avversari. Comunque, organizzare gli attaccanti in un modo o nell’altro (orizzontali o verticali, n.d.c.), lo decido in base agli avversari e alla gara che ho intenzione di attuare. Se voglio alzare il pressing schiero i due attaccanti uno fianco all’altro con l’obbligo di occuparsi dei difensori centrali avversari e di indirizzare il primo passaggio verso l’esterno per aggredirlo con le due ali. Preferisco l’altra soluzione, punte una dietro l’altra, quando credo sia più utile temporeggiare e coprire con il “trequartista” le linee di passaggio per indirizzare la manovra avversaria. E poi, se decide di attaccare in modo determinato un avversario, dà il segnale ai compagni di muoversi collettivamente in pressing.»

I tuoi mediani si abbassano mai nella linea difensiva?
«Mai. Si muovono sempre a compasso e accettiamo il 2 contro 2 con i difensori centrali.»
Parliamo degli esterni di centrocampo: quanto “tornano” in fase difensiva? «Rispetto all’anno scorso, visto che ora siamo in serie A, ho abbassato un po’ la linea del pressing. Voglio creare più densità in zona centrale, lasciare meno spazi tra le linee e meno profondità alle spalle dei difensori. Pertanto, i due esterni riescono a tornare più facilmente, anche se quello dalla parte della palla deve rimanere in zona offensiva perché deve essere in grado di ripartire celermente. Quindi, si muovono lateralmente i mediani a contrastare il possessore in fascia con l’ala sul lato debole del campo che recupera arrivando quasi a fare il quinto di difesa (figura 7).»

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ATTACCANTE INDIRIZZATO INTERNAMENTE: nei pressi del vertice dell’area di rigore, la punta avversaria viene indirizzata dal difensore esterno internamente per sfruttare il raddoppio del centrale e mantenere alta la linea. Eventuali inserimenti in taglio degli avversari rischiano di finire in fuorigioco oppure preda del portiere (figura 6). 

I DUE ESTERNI ALTI: con palla a un centrocampista esterno avversario in zona ultraoffensiva, l’ala sul lato forte rimane abbastanza avanzata fungendo da punto di riferimento per eventuali ripartenze, mentre quella sul lato debole ritorna per diventare quasi il “quinto di difesa” (figura 7).

Gianluca Andrissi Luca Bignami

Foto: Michele Tusino

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